Ragione rapida rapita dalle membra accartocciate sul ciglio del giaciglio degradato. Torpore degli anni che vagano, in cerca di sensi che vagliano ogni stanza dipinta di insegne murate: proiettili di ingegno senza capo. Coda del dirupo, aperto sulla sella del compromesso incatenato tra le sbarre del destino che marcia al rimbombo delle catene che trascina, e il seno spira, senza lucchetto da chiudere nè serratura da aprire.
Categoria: Poesia (Page 1 of 3)
Sul far dell’uomo nevica al mattino. Mentre i fuochi divampano i fiocchi scricchiolano tra le fiamme danzanti. Pregano la pioggia, di incenerire i ghiacciai che generano al setaccio di un pontile che si staglia sulla cornice. Nuove formule vagheggiano i sottili Vecchie frecce scagliano i gentili, arcipelaghi di incomprensioni che collassano a terra piena con lo scontro fra torti, sgorgati dal mantello dei viaggiatori affannati. Affrettarsi al precipizio di un collasso senza inizio, imperniato sul timore del vizio allergico al successo di un colpo assestato. Salvati in contrasti fatiscenti inscritti nel bivio scisso del folklore disinibito.
Sulle coperte le realtà infrante sul cuscino i sogni bambini cullati dalla vecchia storia del leone e l’agnello che imparò a ruggire a fianco del suo amato, finché insieme non caddero preda dell’impietoso Amore. Il buongiorno tra le macerie sparse di castelli di carta pesta, fortezze di difesa dei codardi che si nutrono di evasioni pur di sventare l’attacco del gigante cieco che calpesta ciò che non vede come vedesse ciò che non resta. Si burla di pregi reali la cui ricchezza fumosa crolla al primo tremore del passo mostruoso; mentre i bambini sugli alberi forti attendono un passaggio per la Terra dei Giganti
Sospesi Su un filo teso plastico che al tocco si disintegra in mille schegge dorate, affilate come zanne avvelenate. Distendo le estremità sottili del mio bilico, si estende l’altitudine su cui barcollo instabile. Temo di crollare a picco su un mare in cui non so nuotare, disadattata della vita e dell’amore che mi pervade, manipola, assale, incatena, opprime come schiava della sua corrente; e mentre mi sussurra <<inadeguata>> io mi pento, crogiolata nel tormento per provare ciò che provo e che non provo, sento e non sento: è tutto spento. Lontano, dalle mie corde tese che vorrebbero soltanto intrappolare una preda da smembrare lentamente, come il sentire mi violenta: ragnatela. Condannata all’incubo di un buio imperscrutabile e una luce aristocratica che mi è preclusa <<Illusa!>> grida confusa. E quando al risveglio mi ritrovo, respiro leggera emersa dall’apnea. <<Vergogna>> sogghigna, <<Impazzirai.>>
Capire è comprare Captare Creare Curare Ammaestrare dubbi imbizzarriti sul tetto dell’ovile abbandonato. Zoccoli lustrati da polvere arrugginita quando al crepuscolo torna il cuore alla sua pienezza. Verace all’orizzonte l'addio del motto annegatore.
La pioggia sottile sull’asfalto umido, il buio la quiete della notte ricca di morte neonata di vita. Il sospiro solenne allo svanire del giorno consumato con l’avanzare dell’ombra, rassicurante. Il bel canto del mondo, la nuova energia senza nome dell’essenza priva di forma, Il profumo che avvolge il fragile e ne culla le incertezze ormai forza ingiudicabile. Mostri del vero, schiavi del mondo, purificati dalla luce dell’oscurità liberi dal confine d’essere fittizio, privi dell’illusione della perfezione, vivi, nella tragica realtà.
Anima candida, corrosa da parole non dette e veleno ingerito, trascinata da uragani violenti al di là del tuo cammino; tu che ami spari scavi il tuo tumulo nel giardino d’altri.
Pensi mai Al farfugliare infimo della coscienza Che disintegra il proposito del lieto vivere? Assassina di intenti, speranze che attenti assetata di sangue del fanciullo ingenuo che lamenta la razionalità insensibile alla freschezza dei giorni nitidi quando la nebbia cala sul senso del mondo. Conflitto in campo aperto Tra conoscersi e ignorarsi.
Ammira Ad occhi chiusi L’infinito che si estende In riviere verdeggianti, rigogliose come notti d’estate distesi a discorrere di esistenza: occhi stellati che incupiscono il cielo e accendono il mio orizzonte sconsolato.
Basta Non ti nego più. Non ti esilio Al di là delle mura della città Come condanna per dissacrazione di illusione. Vivi Tra le capanne del mio villaggio E sbaraglia i ciarlatani Che adorano la Dea e infrangono la legge che governa la Verità del cuore.